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Chi so’ io e chi sì tu

InI Protagonisti su 22/06/2011 a 11:53 pm

Benedetto Sicca, il regista di Frateme sta sistemando i binari su cui scorrono le sedie e i tavoli della
scenografia. “Facciamo un po’ di tutto, non è per scelta, è che bisogna arrangiarsi”.
Non è un fatto eccezionale, per le giovani compagnie, quello di “arrangiarsi”.
In questo caso comunque, pare che l’adattarsi alla situazione abbia portato senz’altro a un buon risultato.
Conferma la reazione del pubblico. “ E chi se lo aspettava? ridere e piangere, in uno spettacolo
solamente.” Oppure, “Ya, Quann c’vò c’vò”, commenta un signore contagiato dalla lingua dello spettacolo.
Il napoletano effettivamente è un elemento fondamentale di Frateme, scelta molto ragionata e per
niente folclorica. “E’ la prima volta che ho scritto in napoletano. Credo che il linguaggio sia il vero oggetto del teatro.
Non esiste un solo linguaggio, penso che ogni opera debba inaugurare la sola lingua possibile per
quello specifico lavoro. È un atto di conoscenza, lavorare profondamente negli anni per affinare via
via il linguaggio specifico per ogni lavoro”.
Sicca non è interessato ad un teatro popolare, Frateme è in dialetto, perché il dialetto è la lingua per
raccontare questa specifica storia.
“Proprio per questo ho voluto una scenografia così essenziale, minima, per non sovraccaricare
quell’immaginario che si lega immediatamente al napoletano. Abbiamo lavorato per sottrazione,
per andare contro la memoria del pubblico legata a quel tipo di linguaggio. Volevamo lasciare
spazio all’immaginazione, ci sono pochissimi oggetti di scena, così ognuno è libero di immaginare
il cucchiaino, la tazza…”.
“Il fatto poi di trovarsi in un teatro come questo, il Gobetti, crea un cortocircuito bellissimo. I
velluti che fanno la quadratura restituiscono quell’altra cosa contro cui abbiamo lavorato. Quando
Isabella mi chiese in quale spazio volevamo fare Frateme, ho pensato che il Gobetti, con questi
affreschi, sarebbe stato l’ideale, un teatro contemporaneo avrebbe fatto una rima baciata con la
scelta stilistica dello spettacolo”.
Sicca però tiene a precisare che non si tratta di questioni puramente estetiche, formali. Dietro ai suoi
lavori, seppure molto diversi uno dall’altro, c’è sempre un’urgenza: raccontare il branco, e i legami
che si innescano.
“Oltre a essere interessato all’approccio conoscitivo, alla ricerca del linguaggio, questa fase
della mia vita è legata all’indagine dei legami di branco, le diverse manifestazioni di crudeltà, le
sfumature, e l’ecosistema delle singole persone. Anche nello spettacolo che abbiamo cominciato a
preparare qui a Torino, Il silenzio dei cassetti, torno a ragionare sul branco”.
E prima di salutarci parliamo di Napoli, città di Benedetto, ma anche ambientazione di Frateme,
con la sua puzza e le sue contraddizioni.
“Napoli è in transizione, è difficile capire quanto sia un fatto reale. Quel che è successo, l’elezione
a sindaco di De Magistris, ha una portata enorme. C’è una tale abitudine alla violenza e a certi
meccanismi, che forse la chiave per il cambiamento è una guida che vada in una direzione diversa.
I napoletani vogliono profondamente stare meglio, ma non hanno la forza civica di incominciare
individualmente. C’è questo meccanismo per cui il pensiero comune è Chi so’ io e chi sì tu. Cioè,
perché io devo essere l’unico a non buttare la carta per strada? Perché dovrei essere l’unico scemo a
fare la differenziata? Questo crea un cortocircuito. Accanto a questo però c’è la bellezza sconfinata
di Napoli, solo che è il meccanismo ad essere marcio”.
A questo punto un tecnico viene a chiamare Benedetto, ha bisogno di una mano per sistemare qualcosa.
“Il teatro è un lavoro di squadra. – dice salutando-. La caratteristica del nostro lavoro è la
composizione. Il mio compito, come regista, è di dare a tutti una motivazione, un indirizzo
compositivo e un alfabeto. A quel punto ciascuno deve metterci del proprio, come in una composizione”.
E a questo punto Sicca torna in teatro a dirigere la sua squadra.

Gessica Franco Carlevero

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